martedì 30 maggio 2006

Addio...


 

 

 

 

 

 

 

 

Si pensa sempre che c'è tempo per fare tutto.
Quella foto era lì da mesi... per essere spedita.
Adesso la chiamo, adesso le telefono...

E poi... una telefonata ferma il tempo.


Ciao Daniela
il destino ha deciso che non dobbiamo più incontrarci... almeno per il

momento.

Non eri credente... ma sono sicura che ci sarà un giorno in

cui prima o poi ci rincontreremo.

La nostra foto resterà con me. E con lei resteranno i ricordi di

vacanze vissute insieme.

Ricorderò per sempre la tua allegria ... le nostre spese "folli" al

mercatino.

Ricorderò la nostra prima ed ultima partita a tennis, quando venne giù

il diluvio...le serate trascorse sedute al muretto...


La morte non è delle persone che muoiono, la morte rimane nel cuore

delle persone che rimangono.
Ma se una persona ti è stata vicina nella vita lo sarà sempre anche

dopo... e tu lo sarai per sempre.

 

CIAO DANI!

giovedì 18 maggio 2006

Haiku

L'Haiku è un componimento poetico di tre versi caratterizzati da 5, 7 e 5 sillabe.
E' una poesia dai toni semplici nata in Giappone nel secolo XVII e deriva dal Tanka, componimento poetico di 31 sillabe che risale già al IV secolo. Il Tanka formato da 5 versi con una quantità precisa di sillabe per ogni verso: 5-7-5-7-7. Eliminando gli ultimi due versi si è formato l'Haiku.

Tradizionalmente l'ultimo verso è il cosiddetto riferimento stagionale o kigo, cioè un accenno alla stagione che definisce il momento dell'anno in cui viene composta o al quale è dedicata. Soggetto dell'haiku sono scene che rappresentano la natura e le emozioni che esse lasciano nell'animo del poeta.
Gli haiku non hanno, per tradizione, alcun titolo.


Ho letto un libro meraviglioso "Neve" di un autore francese Maxence Fermine.
Il protagonista del romanzo Yuko è un giovane poeta giapponese di haiku.

 



 

Ci sono due specie di persone.
Ci sono quelli che vivono, giocano e muoiono.
E ci sono quelli che si tengono in equilibrio sul crinale della vita.
Ci sono gli attori.
E ci sono i funamboli.

 



 


e si amarono l’un l’altro


sospesi su un filo


di neve


 




domenica 14 maggio 2006

Adagio

Non so dove trovarti

Non so come cercarti

Ma sento una voce che

Nel vento parla di te

Quest' anima senza cuore

Aspetta te

Adagio

Le notti senza pelle

I sogni senza stelle

Immagini del tuo viso

Che passano all'improvviso

Mi fanno sperare ancora

Che ti troverò

Adagio

Chiudo gli occhi e vedo te

Trovo il cammino che

Mi porta via

Dall' agonia

Sento battere in me

Questa musica che

Ho inventato per te

Se sai come trovarmi

Se sai dove cercarmi

Abbracciami con la mente

Il sole mi sembra spento

Accendi il tuo nome in cielo

Dimmi che ci sei

Quello che vorrei

Vivere in te

Il sole mi sembra spento

Abbracciami con la mente

Smarrita senza di te

Dimmi chi sei e ci crederò

Musica sei

Adagio

mercoledì 10 maggio 2006

How do I love thee?

How do I love thee?

How do I love thee? Let me count the ways.

I love thee to the depth and breadth and height

my soul can reach, when feeling out of sight

for the ends of Being and Ideal Grace.

I love thee fo the levei of everyday's

most quiet need, by sun and candlelight.

I love thee freely, as men strive for Right;

I love thee purely, as they turn from Praise;

I love thee with the passion put fo use

in my old griefs, and with my childhood's faith;

I love thee with a love I seemed fo lose

with my lost saints, - I love thee with the breath,

smiles, tears, of all my life! - and, if God, choose,

I shall but love thee better affer death.

 

di Elizabeth Browning Barrett

 

***

Come ti amo?

 

Come ti amo? - Come ti amo? Lascia che ti annoveri i modi.

Ti amo fino agli estremi di profondità,

di altura e di estensione che l'anima mia

può raggiungere, quando al di là del corporeo

tocco i confini dell'Essere e della Grazia Ideale.

Ti amo entro la sfera delle necessità quotidiane,

alla luce del giorno e al lume di candela.

Ti amo liberamente, come gli uomini che lottano per la Giustizia;

Ti amo con la stessa purezza con cui essi

rifuggono dalla lode;

Ti amo con la passione delle trascorse sofferenze

e quella che fanciulla mettevo nella fede;

Ti amo con quell'amore che credevo aver smarrito

coi miei santi perduti, - ti amo col respiro,

i sorrisi, le lacrime dell'intera mia vita! - e,

se Dio vuole, ancor meglio t'amerò dopo la morte.

sabato 6 maggio 2006

Considero valore



Considero valore il vino finchè dura il pasto,

un sorriso involontario

la stanchezza di chi non si è risparmiato

due vecchi che si amano


Considero valore quello che domani non varrà più niente

e quello che oggi vale ancora poco






Erri De Luca
da Considero Valore
in Opere sull'acqua e altre poesie

mercoledì 3 maggio 2006

lettera ad un bambino mai nato...

Stanotte ho saputo che c’eri: una goccia di vita scappata dal nulla. Me ne stavo con gli occhi spalancati nel buio e d’un tratto, in quel buio, s’è acceso un lampo di certezza: sì, c’eri. Esistevi. È stato come sentirsi colpire in petto da una fucilata. Mi si è fermato il cuore. E quando ha ripreso a battere con tonfi sordi, cannonate di sbalordimento, mi sono accorta di precipitare in un pozzo dove tutto era incerto e terrorizzante. Ora eccomi qui, chiusa a chiave dentro una paura che mi bagna il volto, i capelli, i pensieri. E in essa mi perdo. Cerca di capire: non è paura degli altri. Io non mi curo degli altri. Non è paura di Dio. … Non è paura del dolore. Io non temo il dolore. È paura di te, del caso che ti ha strappato al nulla, per agganciarti al mio ventre.

 

Mi sono sempre posta l’atroce domanda : e se nascere non ti piacesse? E se un giorno tu me lo rimproverassi gridando “Chi ti ha chiesto di mettermi al mondo, perché mi ci hai messo, perché?”.

 

La vita è una tale fatica, bambino. È una guerra che si ripete ogni giorno, e i suoi momenti di gioia sono parentesi brevi che si pagano un prezzo crudele. Come faccio a sapere che non sarebbe giusto buttarti via, come faccio a intuire che non vuoi essere restituito al silenzio? Non puoi mica parlarmi. La tua goccia di vita è soltanto un nodo di cellule appena iniziate. Forse non è nemmeno vita ma possibilità di vita.

 

È successo qualcosa che non prevedevo : il dottore mi ha messo a letto. E qui mi trovo, immobile. Devo stare ferma e distesa. Non è facile, capisci…

 

Solo chi ha pianto molto può apprezzare la vita nelle sue bellezze, e ridere bene. Piangere è facile, ridere è difficile. Imparerai subito questa verità. Il tuo incontro col mondo sarà un pianto disperato, nei primi tempi riuscirai a piangere e basta. Tutto ti farà piangere: la luce, la fame, la rabbia. Passeranno settimane, mesi, prima che la tua bocca si schiuda a un sorriso, prima che la tua gola gorgogli una risata. Ma non dovrai scoraggiarti. E quando il sorriso verrà, quando la risata verrà, dovrai regalarla a me: per dimostrarmi che ho fatto bene a non servirmi della biologia tecnologica, a non regalarti al ventre di una madre più buona e più paziente di me.

 

Ho ritagliato la fotografia che ti ritrae a due mesi esatti: un primo piano del tuo volto ingrandito di quaranta volte. L’ho attaccata sul muro, e qui dal letto la ammiro: ossessionata dai tuoi occhi. Sono così grandi rispetto al resto del corpo, così spalancati. Che vedono? L’acqua e basta? Le pareti della prigione e basta? Oppure ciò che vedo anch’io? Un sospetto delizioso mi turba: il sospetto che vedano attraverso di me. Mi dispiace che presto tu li chiuda. Sull’orlo delle palpebre si sta formando una sostanza collosa che fra qualche giorno appiccicherà i due bordi per proteggere le pupille durante la loro formazione finale. Non le solleverai più fino al settimo mese, le tue palpebre. Per venti settimane vivrai nel buio completo. Peccato! O forse no? Senza cose da guardare, mi ascolterai meglio. Ho ancora tanto da dirti e queste giornate immobili me ne forniscono il tempo, visto che la mia unica attività consiste nel leggere o guardare la televisione.

 

V’erano cose che non capiva in questa gravidanza. Riteneva che l’uovo fosse inserito bene, in sede normale. Riteneva che la crescita del feto avvenisse bene, in modo regolare. E tuttavia qualcosa non funzionava. Ad esempio l’utero era troppo sensibile, si contraeva con eccessiva facilità : ciò alimentava il sospetto che il sangue non affluisse perfettamente alla placenta. Ero stata immobile come mi aveva ordinato? Ho risposto sì. …. Non avevo mai compiuto sforzi, strapazzi? Ho risposto no…. Allora il medico è apparso perplesso : « Ha preoccupazioni? ». Gli ho risposto sì. «Ha avuto qualche trauma psicologico, che so, un dispiacere? » Gli ho risposto sì. Mi ha fissato senza chiedere che specie di trauma, che specie di dispiacere, poi mi ha esposto la sua tesi. A volte le preoccupazioni, le ansie, gli shock sono più pericolosi delle fatiche fisiche perché causano spasmi, contrazioni uterine, e minacciano seriamente la vita dell’embrione o del feto. Non dimenticassi che l’utero è in relazione con l’ipofisi, che ogni stimolo si trasmette subito agli organi genitali. Una sorpresa violenta, un dolore, una collera, possono provocare il distacco parziale dell’uovo. Lo può addirittura un nervosismo costante, un perpetuo stato d’angoscia. Al limite, e lungi da lui l’intenzione di sconfinare nella fantascienza o nella fantapsicologia, si poteva parlare di un pensiero che uccide. Al livello inconscio, s’intende, e per questo dovevo assolutamente impormi d’esser tranquilla. Dovevo rigorosamente evitare ogni emozione, ogni pensiero nero. Serenità, placidità erano le parole d’ordine.

 

Non sono una persona che si spaventa alla vista del sangue. Ed essere donne è una scuola di sangue: tutti i mesi offriamo a noi stesse il suo spettacolo odioso. Ma quando ho visto quella minuscola macchia sopra il cuscino, i miei occhi si sono annebbiati e le mie gambe si sono piegate. M’ha invaso il panico, poi la disperazione, e mi sono maledetta. Mi sono accusata di ogni colpa verso di te che non potevi proteggerti, non potevi ribellarti, così piccino e indifeso e alla mercé di ogni mio capriccio, ogni mia irresponsabilità. Non era nemmeno rossa, la macchia. Era rosa, d’un pallido rosa. E tuttavia era più che sufficiente a trasmettermi il messaggio, ad annunciarmi che stavi forse finendo. Ho agguantato il cuscino e sono corsa. Il medico è stato inaspettatamente gentile. Mi ha ricevuto sebbene fosse sera, mi ha detto di calmarmi: non stavi morendo, non t’eri staccato, avevi sofferto e basta, si trattava di una minaccia e basta, il riposo assoluto avrebbe sistemato ogni cosa, purché fosse assoluto, purché non scendessi dal letto nemmeno per andare nel bagno.

 

Sai cosa ti dico, bambino? Tu sei come la mia luna, la mia polvere di luna. Gli spasmi sono raddoppiati….
Col cervello più lucido, forse, scoprirei una soluzione per salvare il salvabile: non buttare via la mia luna. Non voglio perder di nuovo la luna, vederla sparire in fondo a un lavabo. Ma è inutile. Con la stessa certezza che mi paralizzava la notte in cui seppi che esistevi, ora so che stai cessando di esistere.

 

Sono uscita, tra due filari di pance gonfie, le pance gonfie si offrivano provocatorie al mio ventre piatto che chiudeva un morto, e finalmente il mio cervello ha pensato qualcosa. Ha pensato : “È andata come doveva andare. Dunque ci vuole coerenza”.
E la parola coerenza mi ha accompagnato …… martellante, ossessiva: coerenza, coerenza, coerenza. Ma quando sono entrata nella mia stanza … ho vomitato un gemito lungo. E sono caduta sul letto, mentre un altro gemito si aggiungeva a quel gemito, poi un altro, e un altro ancora, finché dal profondo del corpo dove ormai giaci come un pezzettino di carne che non conta più nulla è salito un gran pianto, e ha schiantato la pietra rompendola in mille pezzetti, sbriciolandola in polvere. E ho urlato. E sono svenuta.

 

 

liberamente tratto dal libro di Oriana Fallaci

lunedì 1 maggio 2006

Invisibile....

Perchè quando hai bisogno di parlare con qualcuno, la gente scompare?

Perchè quando hai bisogno anche solo di un "Ciao come stai?"  non c'è nessuno??

Sei lì da sola, e anche se cerchi di comunicare, la gente non ha voglia di ascoltarti...

E' così che cominci a sentirti INVISIBILE...

Le persone che credevi vicine non ci sono..

Le stesse persone che hai aiutato, alle quali tu sei stata vicina quando ne avevano bisogno non capiscono i tuoi .... di bisogni.

Non sanno quando vuoi piangere...
Non sanno quando vuoi parlare...
Non sanno che ti basterebbe anche un sms per stare meglio.

Invece ti lasciano là, da sola, a pensare: quando sono stati loro ad aver bisogno di me, io ero lì con loro, a gioire o a soffrire nel loro medesimo modo.
PERCHE'????

Perchè la gente ti cerca soltanto quando è lei a stare male?

Perchè adesso che ne ho bisogno io, non c'è nessuno?

E continui a sentirti INVISIBILE...

E poi.... cosa succede?

Ad un certo punto arriva qualcuno che sa esattamente quello che stai passando, che ti è vicino e che cerca nel suo piccolo di starti vicino.
Che capisce la tua voglia di piangere e comprende il tuo desiderio di coccole.
E a queste persone non puoi non dire GRAZIE!


...

Vorrei essere così per te
Vorrei riuscire a capire i tuoi stati d'animo
Vorrei capire il tuo desiderio di coccole
Vorrei esserti nel mio piccolo vicina quando ne hai bisogno

... ma non so se ne sono capace!