sabato 24 marzo 2007

Percorsi di Luce nella Reggia


Il Palazzo Reale di Caserta nasce dall'idea di Carlo di Borbone, re di Napoli dal 1734 al 1759 e l'architetto Luigi Vanvitelli.
La Reggia occupa una superficie di 45000 mq e gli spazi interni del palazzo si snodano attraverso 1200 stanze.
Dallo Scalone d'Onore è possibile accedere alla Cappella Palatina, simbolo della supremazia regia assolutista e cattolica, e agli Appartamenti Reali abbelliti dalle decorazioni di artisti e artigiani espressione del gusto e dello splendore della famiglia borbonica.



Ammetto la mia "ignoranza". Pur essendo vicinissima non l'avevo mai visitata.


Quello di ieri è stato un viaggio serale nelle sale e nelle stanze della Reggia, fra luci, suoni, video, accompagnati dalla magica voce di Giancarlo Giannini.
Un'esperienza unica, vissuta nella scansione del concetto 'Tempo', in due
diverse e contrapposte interpretazioni entrambe riassunte nel titolo 'Tempo Reale'.

Tempo Reale, nel senso di "Real Time", l'ora e il contemporaneo, e di "Royal Time", l'antico, l'epoca di Re e Regine.
Due aspetti di un medesimo significato temporale, due istanti paralleli, che in
quanto tali non si incontrano mai.
Durante la serata per magia o per fantasia si incontrano il Real Time e il
Royal Time.



Abbiamo incontrato, con la fantasia il maestro Vanvitelli che ci ha raccontato la sua idea e ci ha descritto la sua genialità nel costruire il mirabile scalone.
Abbiamo incontarto il Re, il padrone di casa. Poi l'incontro con i quadri
viventi, quadri parlanti, che prendono vita allorquando i nostri occhi si sono posati su di essi e che alla fine, per l'oltraggio del tempo colano, come statue di cera in fiamme.

Infine l'incontro con il vero protagonista della serata, il Settecento, accompagnati da attori in costume, che ci hanno guidato nelle stanze di allora, per rivivere, a metà fra il teatrale e il cinematografico, la vita di allora, vista e vissuta come allora, con le abitudini, gli stili che furono di quell'epoca.

Abbiamo rivissuto le sale di attesa, con personaggi e storie realmente accadute in quei luoghi, e ancora, abbiamo vissuto la notte del Re, la sua camera da letto, i suoi sogni, i suoi incubi.

Poi una magia, dove noi visitatori abbiamo realizzato il sogno di trasformarci in re o regine e abbiamo ballato nella grande sala del trono illuminata a festa.

Infine il saluto nella sala di Alessandro: l'irreale quiete nel dipinto della volta, in cui le divinità dell'Olimpo assistono alle nozze dell'eroico condottiero.


E' il ritorno dal Royal Time al Real Time.


E' la fine del viaggio.
Ma la magia vissuta resterà a lungo nel cuore.



Un po' di foto di questa serata le potete vedere nel mio nuovo album.

Un grazie grande ad Anto che mi ha permesso di partecipare a questa stupenda serata e un enorme grazie a Machi che, per una sera, mi ha permesso di "adottare" la sua Angelina!

giovedì 8 marzo 2007

I fari



Il mare ha molto del cielo. Dal colore (che, spesso, mare e cielo si scambiano) al senso d'infinito, dal fascino di confini che l'occhio non è in grado di cogliere, al mistero di profondità mai del tutto sondabili. Il mare, però, ha in più il vantaggio di essere "a portata di mano". Ognuno di noi, è vero, porta nei polmoni un piccolo sacchetto di cielo, ma quando pensiamo che il nostro corpo è formato soprattutto da acqua ci rendiamo conto che, come scriveva qualcuno: "acqua siamo, altro che polvere". In qualche modo, dall'acqua veniamo e all'acqua torneremo. Forse per questo la storia del rapporto uomo-mare è più antica e anche più profonda di quella del rapporto uomo-cielo. Se non altro per il fatto che, oltre a essere più vicino, al contrario del cielo, il mare è per tutti. La mia passione per il mare è nata... in campagna. Probabilmente un po' per contrasto. Si sa: si desidera con più forza ciò che non si può avere. Il fatto è che la mia famiglia proveniva dall'unica regione della penisola che non è bagnata dal mare. Il mio mare era verde. Navigare significava camminare. Spesso mio padre, per andare a fare visita a certi parenti, mi coinvolgeva in camminate interminabili. Quando vedeva affiorare in me la stanchezza, strappava una canna o raccoglieva un bastone e mi diceva: "Salta su e lasciati portare da questo cavallo". Il passo si faceva subito più leggero e la strada smetteva di pesare. A volte, però, soprattutto quando d'inverno il pomeriggio si traveste da notte, il profilo di quei cavalli assumeva le sembianze di qualche magica polena. Allora non era più il trotto, ma il morbido scivolare di un veliero a rendere quel piccolo viaggio, oltre che più leggero, ancora più misterioso ed emozionante. Le colline erano onde e le luci dei casolari, fari che segnalavano le secche da evitare e indicavano l'approssimarsi del nostro approdo. Forse è allora che ho cominciato ad amare i fari e a lasciarmi affascinare dal loro sporgersi dai lembi estremi della costa, come comete di terra, per segnalare ai naviganti il prodigio di un porto riparatore. Una passione di bambino che porto dentro come una delle più incontaminate e intense. Crescendo, ho cominciato (non si finisce mai) a conoscere il mare, quello vero. E' il mio elemento e non saprei più farne a meno. E, come ogni navigante, non potrei più fare a meno neanche dei fari. Ogni volta che posso vado a cercarli, con la meraviglia e lo stupore con cui si visitano le torri di antichi castelli o i campanili di pievi o cattedrali. Totem appuntati sul petto del mondo, a celebrare lo sforzo dell'uomo di confrontarsi con le sue ambizioni più grandi o le sue più insidiose e profonde paure. Questi "uomini della luce", a volte, emozionano ancora di più, forse perché svolgono il loro lavoro tanto solitario, umile e silenzioso, quanto fondamentale lontano dagli occhi di tutti, come eremiti che hanno rinunciato ai richiami del mondo, consapevoli della delicatezza di una missione alla quale non è possibile dedicarsi se non anima e corpo. E mentre posso immaginare con quanti e quali occhi l'uomo abbia guardato ai fari, nell'arco della sua lunghissima e mai facile storia di navigatore, mi emoziona ancora di più cercare di immaginare quali possono essere stati i pensieri e le emozioni di questi minuscoli giganti, abbandonati a combattere forze sovrumane come mare e terra, senza appartenere mai né all'una né all'altra. A volte onde e scogli giocano brutti scherzi e sembra quasi di sentire il battere solido del loro cuore, mentre attendono l'occasione di dimostrare all'uomo che "l'ultima dea" esiste davvero e il momento di dar fondo a tutta l'energia che hanno in corpo per indicare non la rotta per la terra promessa, ma quella con la promessa di una terra. Lì, immobili, da sempre e per sempre, senza mai smettere di trasmettere, legati l'uno all'altro in una costellazione luminosissima, ma visibile solo dall'alto. La costellazione che forma un disegno imperscrutabile per l'uomo: quello nel quale il destino incontra la speranza. ....
Buon viaggio
Claudio

domenica 4 marzo 2007

La cura

Ti proteggerò dalle paure delle ipocondrie,
dai turbamenti che da oggi incontrerai per la tua via.
Dalle ingiustizie e dagli inganni del tuo tempo,
dai fallimenti che per tua natura normalmente attirerai.
Ti solleverò dai dolori e dai tuoi sbalzi d'umore,
dalle ossessioni delle tue manie.

Supererò le correnti gravitazionali,
lo spazio e la luce
per non farti invecchiare.
E guarirai da tutte le malattie,
perché sei un essere speciale,
ed io, avrò cura di te.

Vagavo per i campi del Tennessee
(come vi ero arrivato, chissà).
Non hai fiori bianchi per me?
Più veloci di aquile i miei sogni
attraversano il mare.

Ti porterò soprattutto il silenzio e la pazienza.
Percorreremo assieme le vie che portano all'essenza.
I profumi d'amore inebrieranno i nostri corpi,
la bonaccia d'agosto non calmerà i nostri sensi.
Tesserò i tuoi capelli come trame di un canto.
Conosco le leggi del mondo, e te ne farò dono.
Supererò le correnti gravitazionali,
lo spazio e la luce per non farti invecchiare.

Ti salverò da ogni malinconia,
perché sei un essere speciale ed io avrò cura di te...
io sì, che avrò cura di te.