mercoledì 3 maggio 2006

lettera ad un bambino mai nato...

Stanotte ho saputo che c’eri: una goccia di vita scappata dal nulla. Me ne stavo con gli occhi spalancati nel buio e d’un tratto, in quel buio, s’è acceso un lampo di certezza: sì, c’eri. Esistevi. È stato come sentirsi colpire in petto da una fucilata. Mi si è fermato il cuore. E quando ha ripreso a battere con tonfi sordi, cannonate di sbalordimento, mi sono accorta di precipitare in un pozzo dove tutto era incerto e terrorizzante. Ora eccomi qui, chiusa a chiave dentro una paura che mi bagna il volto, i capelli, i pensieri. E in essa mi perdo. Cerca di capire: non è paura degli altri. Io non mi curo degli altri. Non è paura di Dio. … Non è paura del dolore. Io non temo il dolore. È paura di te, del caso che ti ha strappato al nulla, per agganciarti al mio ventre.

 

Mi sono sempre posta l’atroce domanda : e se nascere non ti piacesse? E se un giorno tu me lo rimproverassi gridando “Chi ti ha chiesto di mettermi al mondo, perché mi ci hai messo, perché?”.

 

La vita è una tale fatica, bambino. È una guerra che si ripete ogni giorno, e i suoi momenti di gioia sono parentesi brevi che si pagano un prezzo crudele. Come faccio a sapere che non sarebbe giusto buttarti via, come faccio a intuire che non vuoi essere restituito al silenzio? Non puoi mica parlarmi. La tua goccia di vita è soltanto un nodo di cellule appena iniziate. Forse non è nemmeno vita ma possibilità di vita.

 

È successo qualcosa che non prevedevo : il dottore mi ha messo a letto. E qui mi trovo, immobile. Devo stare ferma e distesa. Non è facile, capisci…

 

Solo chi ha pianto molto può apprezzare la vita nelle sue bellezze, e ridere bene. Piangere è facile, ridere è difficile. Imparerai subito questa verità. Il tuo incontro col mondo sarà un pianto disperato, nei primi tempi riuscirai a piangere e basta. Tutto ti farà piangere: la luce, la fame, la rabbia. Passeranno settimane, mesi, prima che la tua bocca si schiuda a un sorriso, prima che la tua gola gorgogli una risata. Ma non dovrai scoraggiarti. E quando il sorriso verrà, quando la risata verrà, dovrai regalarla a me: per dimostrarmi che ho fatto bene a non servirmi della biologia tecnologica, a non regalarti al ventre di una madre più buona e più paziente di me.

 

Ho ritagliato la fotografia che ti ritrae a due mesi esatti: un primo piano del tuo volto ingrandito di quaranta volte. L’ho attaccata sul muro, e qui dal letto la ammiro: ossessionata dai tuoi occhi. Sono così grandi rispetto al resto del corpo, così spalancati. Che vedono? L’acqua e basta? Le pareti della prigione e basta? Oppure ciò che vedo anch’io? Un sospetto delizioso mi turba: il sospetto che vedano attraverso di me. Mi dispiace che presto tu li chiuda. Sull’orlo delle palpebre si sta formando una sostanza collosa che fra qualche giorno appiccicherà i due bordi per proteggere le pupille durante la loro formazione finale. Non le solleverai più fino al settimo mese, le tue palpebre. Per venti settimane vivrai nel buio completo. Peccato! O forse no? Senza cose da guardare, mi ascolterai meglio. Ho ancora tanto da dirti e queste giornate immobili me ne forniscono il tempo, visto che la mia unica attività consiste nel leggere o guardare la televisione.

 

V’erano cose che non capiva in questa gravidanza. Riteneva che l’uovo fosse inserito bene, in sede normale. Riteneva che la crescita del feto avvenisse bene, in modo regolare. E tuttavia qualcosa non funzionava. Ad esempio l’utero era troppo sensibile, si contraeva con eccessiva facilità : ciò alimentava il sospetto che il sangue non affluisse perfettamente alla placenta. Ero stata immobile come mi aveva ordinato? Ho risposto sì. …. Non avevo mai compiuto sforzi, strapazzi? Ho risposto no…. Allora il medico è apparso perplesso : « Ha preoccupazioni? ». Gli ho risposto sì. «Ha avuto qualche trauma psicologico, che so, un dispiacere? » Gli ho risposto sì. Mi ha fissato senza chiedere che specie di trauma, che specie di dispiacere, poi mi ha esposto la sua tesi. A volte le preoccupazioni, le ansie, gli shock sono più pericolosi delle fatiche fisiche perché causano spasmi, contrazioni uterine, e minacciano seriamente la vita dell’embrione o del feto. Non dimenticassi che l’utero è in relazione con l’ipofisi, che ogni stimolo si trasmette subito agli organi genitali. Una sorpresa violenta, un dolore, una collera, possono provocare il distacco parziale dell’uovo. Lo può addirittura un nervosismo costante, un perpetuo stato d’angoscia. Al limite, e lungi da lui l’intenzione di sconfinare nella fantascienza o nella fantapsicologia, si poteva parlare di un pensiero che uccide. Al livello inconscio, s’intende, e per questo dovevo assolutamente impormi d’esser tranquilla. Dovevo rigorosamente evitare ogni emozione, ogni pensiero nero. Serenità, placidità erano le parole d’ordine.

 

Non sono una persona che si spaventa alla vista del sangue. Ed essere donne è una scuola di sangue: tutti i mesi offriamo a noi stesse il suo spettacolo odioso. Ma quando ho visto quella minuscola macchia sopra il cuscino, i miei occhi si sono annebbiati e le mie gambe si sono piegate. M’ha invaso il panico, poi la disperazione, e mi sono maledetta. Mi sono accusata di ogni colpa verso di te che non potevi proteggerti, non potevi ribellarti, così piccino e indifeso e alla mercé di ogni mio capriccio, ogni mia irresponsabilità. Non era nemmeno rossa, la macchia. Era rosa, d’un pallido rosa. E tuttavia era più che sufficiente a trasmettermi il messaggio, ad annunciarmi che stavi forse finendo. Ho agguantato il cuscino e sono corsa. Il medico è stato inaspettatamente gentile. Mi ha ricevuto sebbene fosse sera, mi ha detto di calmarmi: non stavi morendo, non t’eri staccato, avevi sofferto e basta, si trattava di una minaccia e basta, il riposo assoluto avrebbe sistemato ogni cosa, purché fosse assoluto, purché non scendessi dal letto nemmeno per andare nel bagno.

 

Sai cosa ti dico, bambino? Tu sei come la mia luna, la mia polvere di luna. Gli spasmi sono raddoppiati….
Col cervello più lucido, forse, scoprirei una soluzione per salvare il salvabile: non buttare via la mia luna. Non voglio perder di nuovo la luna, vederla sparire in fondo a un lavabo. Ma è inutile. Con la stessa certezza che mi paralizzava la notte in cui seppi che esistevi, ora so che stai cessando di esistere.

 

Sono uscita, tra due filari di pance gonfie, le pance gonfie si offrivano provocatorie al mio ventre piatto che chiudeva un morto, e finalmente il mio cervello ha pensato qualcosa. Ha pensato : “È andata come doveva andare. Dunque ci vuole coerenza”.
E la parola coerenza mi ha accompagnato …… martellante, ossessiva: coerenza, coerenza, coerenza. Ma quando sono entrata nella mia stanza … ho vomitato un gemito lungo. E sono caduta sul letto, mentre un altro gemito si aggiungeva a quel gemito, poi un altro, e un altro ancora, finché dal profondo del corpo dove ormai giaci come un pezzettino di carne che non conta più nulla è salito un gran pianto, e ha schiantato la pietra rompendola in mille pezzetti, sbriciolandola in polvere. E ho urlato. E sono svenuta.

 

 

liberamente tratto dal libro di Oriana Fallaci

2 commenti:

Ettore ha detto...

la mia non voleva assolutamente essere una polemica quando posso evito soprattutto con le persone a cui voglio bene e a te ne voglio lo sai, ma il mio commento era una risottolineatura e se leggi bene si capisce facendoti constatare che "le coincidenze alle volte si moltiplicano in maniera incredibilmente inesorabile" il mo intento era solo di farti notare una ulteriore coincidenza tra i nostri blog si chiama condivisione del pensiero capita a molte persone ed anche a noi ciao un bacio sulle guanciotte ed uno sul nasino

Alex ha detto...

Bella!!!!!!!! Complimenti per la scelta!!!!!!
Hola un beso

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