giovedì 8 marzo 2007

I fari



Il mare ha molto del cielo. Dal colore (che, spesso, mare e cielo si scambiano) al senso d'infinito, dal fascino di confini che l'occhio non è in grado di cogliere, al mistero di profondità mai del tutto sondabili. Il mare, però, ha in più il vantaggio di essere "a portata di mano". Ognuno di noi, è vero, porta nei polmoni un piccolo sacchetto di cielo, ma quando pensiamo che il nostro corpo è formato soprattutto da acqua ci rendiamo conto che, come scriveva qualcuno: "acqua siamo, altro che polvere". In qualche modo, dall'acqua veniamo e all'acqua torneremo. Forse per questo la storia del rapporto uomo-mare è più antica e anche più profonda di quella del rapporto uomo-cielo. Se non altro per il fatto che, oltre a essere più vicino, al contrario del cielo, il mare è per tutti. La mia passione per il mare è nata... in campagna. Probabilmente un po' per contrasto. Si sa: si desidera con più forza ciò che non si può avere. Il fatto è che la mia famiglia proveniva dall'unica regione della penisola che non è bagnata dal mare. Il mio mare era verde. Navigare significava camminare. Spesso mio padre, per andare a fare visita a certi parenti, mi coinvolgeva in camminate interminabili. Quando vedeva affiorare in me la stanchezza, strappava una canna o raccoglieva un bastone e mi diceva: "Salta su e lasciati portare da questo cavallo". Il passo si faceva subito più leggero e la strada smetteva di pesare. A volte, però, soprattutto quando d'inverno il pomeriggio si traveste da notte, il profilo di quei cavalli assumeva le sembianze di qualche magica polena. Allora non era più il trotto, ma il morbido scivolare di un veliero a rendere quel piccolo viaggio, oltre che più leggero, ancora più misterioso ed emozionante. Le colline erano onde e le luci dei casolari, fari che segnalavano le secche da evitare e indicavano l'approssimarsi del nostro approdo. Forse è allora che ho cominciato ad amare i fari e a lasciarmi affascinare dal loro sporgersi dai lembi estremi della costa, come comete di terra, per segnalare ai naviganti il prodigio di un porto riparatore. Una passione di bambino che porto dentro come una delle più incontaminate e intense. Crescendo, ho cominciato (non si finisce mai) a conoscere il mare, quello vero. E' il mio elemento e non saprei più farne a meno. E, come ogni navigante, non potrei più fare a meno neanche dei fari. Ogni volta che posso vado a cercarli, con la meraviglia e lo stupore con cui si visitano le torri di antichi castelli o i campanili di pievi o cattedrali. Totem appuntati sul petto del mondo, a celebrare lo sforzo dell'uomo di confrontarsi con le sue ambizioni più grandi o le sue più insidiose e profonde paure. Questi "uomini della luce", a volte, emozionano ancora di più, forse perché svolgono il loro lavoro tanto solitario, umile e silenzioso, quanto fondamentale lontano dagli occhi di tutti, come eremiti che hanno rinunciato ai richiami del mondo, consapevoli della delicatezza di una missione alla quale non è possibile dedicarsi se non anima e corpo. E mentre posso immaginare con quanti e quali occhi l'uomo abbia guardato ai fari, nell'arco della sua lunghissima e mai facile storia di navigatore, mi emoziona ancora di più cercare di immaginare quali possono essere stati i pensieri e le emozioni di questi minuscoli giganti, abbandonati a combattere forze sovrumane come mare e terra, senza appartenere mai né all'una né all'altra. A volte onde e scogli giocano brutti scherzi e sembra quasi di sentire il battere solido del loro cuore, mentre attendono l'occasione di dimostrare all'uomo che "l'ultima dea" esiste davvero e il momento di dar fondo a tutta l'energia che hanno in corpo per indicare non la rotta per la terra promessa, ma quella con la promessa di una terra. Lì, immobili, da sempre e per sempre, senza mai smettere di trasmettere, legati l'uno all'altro in una costellazione luminosissima, ma visibile solo dall'alto. La costellazione che forma un disegno imperscrutabile per l'uomo: quello nel quale il destino incontra la speranza. ....
Buon viaggio
Claudio

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